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Espulsione dall’Italia

Il cittadino di uno Stato non appartenente all’Unione europea, irregolarmente presente in Italia, detenuto con pena – o residuo di pena da scontare – inferiore ai due anni (a meno che si tratti di delitti particolarmente gravi), deve essere espulso dal territorio nazionale.

Si tratta di una sanzione alternativa alla detenzione, prevista dall’art. 16, comma 5, del Testo unico sull’immigrazione (Decreto Legislativo 25 luglio 1998, n. 286, “Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero”, come modificato dall’art. 15 della legge 30 luglio 2002, n.189, “Modifica alla normativa in materia di immigrazione e di asilo”).

Trattandosi di una procedura prescritta dalla legge, il carcere dove lo straniero è detenuto generalmente comunica all’Ufficio di sorveglianza nome e posizione giuridica di coloro il cui fine pena sta avvicinandosi ai due anni, in modo che si effettui per tempo la necessaria istruttoria.

L’interessato, se desidera essere espulso e tornare al proprio Paese invece di restare altri due anni in prigione in Italia, può facilitare il lavoro dell’ufficio presentando istanza di espulsione, corredata da alcuni documenti.

L’istanza non è necessaria, poiché l’espulsone è obbligatoria, però può essere utile al detenuto che desideri tornare in patria, in quanto riduce i tempi di attesa in carcere.
In particolare il detenuto dovrà:

• allegare un documento di identità o una certificazione anagrafica originale, tradotta e legalizzata (la legge prevede infatti che il magistrato debba acquisire informazioni sulla identità e nazionalità dell’interessato);
• dichiarare la propria condizione irregolare, per mancanza di permesso di soggiorno;

• specificare di non essere colpevole di delitti particolarmente gravi (quelli dettagliatamente elencati nell’art. 407, comma 2 lettera “a” del c.p.p., ovvero devastazione, saccheggio e strage; guerra civile; associazione di tipo mafioso; associazione per delinquere finalizzata al contrabbando di tabacchi; omicidio; rapina ed estorsione aggravate; sequestro di persona; terrorismo ed eversione; traffico o detenzione di armi da guerra; traffico o detenzione di stupefacenti, in associazione o aggravato; reati connessi alla prostituzione e minorile e alla pedo-pornografia; reati sessuali);
• specificare di non essere colpevole di delitti concernenti la disciplina dell’immigrazione (Decreto

Legislativo 25 luglio 1998, n. 286).

E’ necessario indicare gli estremi della sentenza di condanna (numero, data, autorità che l’ha emessa) e può essere utile allegarne copia.

L’espulsione è disposta dal magistrato di sorveglianza, che decide con decreto motivato, al quale lo straniero può opporsi appellandosi entro dieci giorni al Tribunale di sorveglianza.
L’espulsione è eseguita dal questore competente per il luogo di detenzione, facendo accompagnare dalla forza pubblica il detenuto straniero al posto di frontiera. L’espulso potrà fare ritorno in Italia solo dopo che saranno trascorsi dieci anni, altrimenti dovrà scontare la pena residua.

L’espulsione dello straniero detenuto può essere disposta anche se è provvisto di regolare permesso di soggiorno ma ritenuto, sulla base di elementi di fatto:
• abitualmente dedito a traffici delittuosi o alla commissione di reati contro i minorenni e contro la sanità e la sicurezza pubblica (art. 1 legge 27 dicembre 1956 n. 1423 “Misure di prevenzione nei confronti di
persone pericolose per la sicurezza e per la pubblica moralità);
• indiziato di appartenere a associazioni di tipo mafioso (art. 1 legge 31 maggio 1965, n. 575, “Disposizioni contro la mafia”).

Non possono essere espulsi (art. 19 D.L.vo 286/1998) i cittadini extracomunitari che potrebbero essere perseguitati, nel proprio Paese, per motivi razziali, religiosi, politici, o per condizioni sociali o personali, o
se vi sia il rischio che i cittadini vengano rinviati in un altro Paese dove sarebbero perseguitati.

Nonsipossonoespellereicittadinistranieriminorididiciottoanni,oinpossessodellacartadisoggiorno rilasciata dalle autoritàitaliane, o conviventi con parenti o coniuge italiani, o donne in stato di gravidanza o con figli nati da meno di sei mesi.

Normativa di riferimento:

• Decreto Legislativo 25 luglio 1998, n. 286, “Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero”, artt. 13-17 e 19.
• Art. 407 Codice di procedura penale.

Il legislatore italiano, in seguito alla graduale disapplicazione da parte della giurisprudenza nazionale e comunitaria di gran parte delle disposizioni del pacchetto Sicurezza del 2009, ha rivisto il Testo Unico Immigrazione per adeguarlo agli standard imposti agli Stati europei da parte della Direttiva Rimpatri.

Se si paragona il nuovo “foglio di via” alle espulsioni emesse prima della riforma, risulta che gli stranieri irregolari espulsi prima dell’estate ricevevano un ordine di lasciare il territorio dello stato entro 5 giorni, mentre dopo il 6 agosto viene ordinato di andarsene entro 7 giorni.
Inoltre cambiano le pene minacciate in caso di inottemperanza a tale ordine: prima la sanzione consisteva nella reclusione da 1 a 4 anni, adesso in una multa da 10.000 a 20.000 €.
Lo straniero fermato dopo il 6 agosto deve quindi ritenersi fortunato: ha a disposizione 2 giorni in più per lasciare lo Stato, e se non adempie non va più in galera, ma deve “solo” pagare allo Stato una somma fra
10.000 e 20.000 €.

Il ricorso al rimpatrio volontario rimane –nella prassi– ipotesi solo residuale contravvenendo quindi alla norma e ai principi della direttiva comunitaria.
Ne e’ esempio la stessa formulazione standard del decreto di espulsione: “rilevato che nel caso in esame si esclude la possibilita’ di far ricorso alla facolta’ del rimpatrio volontario in quanto ricorrono le condizioni per accompagnamento immediato alla frontiera”. E’ lampante la forzatura operata, che ribalta l’ordine di applicazione delle misure previste a livello europeo, disattendendo completamente lo spirito della
Direttiva, che impone agli Stati di adottare un provvedimento di rimpatrio volontario ogni qualvolta sia possibile, preferendolo alle misure coercitive, più lesive dei diritti dello straniero.
Nella “nuova” formulazione del decreto di espulsione l’ordine e’ inverso: si esclude il rimpatrio volontario poichè ci sono le condizioni per l’accompagnamento immediato.

La mancata concessione di un termine che consenta allo straniero di rimpatriare di propria volontà, implica (per mezzo di altra norma ben poco conforme alla Direttiva) che l’espulsione viene automaticamente corredata di un divieto di fare reingresso in Italia per 5 anni, pena la reclusione da 1 a 4 anni. Anche qui la differenza con la direttiva e’ eloquente: secondo la direttiva il divieto di reingresso va da 0 a 5 anni; per il legislatore italiano va da 3 a 5 anni; le prefetture dispongono quasi sempre il divieto di reingresso per il periodo massimo, di 5 anni.

Inoltre l’esclusione del rimpatrio volontario comporta il trattenimento dello straniero in un CIE ogni qualvolta non sia possibile eseguire immediatamente l’accompagnamento coattivo (ad es. per mancanza dei documenti per l’espatrio o di un mezzo di trasporto col quale accompagnare lo straniero in aeroporto).

Ma il circolo vizioso non si interrompe qui. Altra circostanza disciplinata dalla Direttiva europea come
”situazione d’emergenza”, ma che da noi costituisce ormai la regola e non l’eccezione, è infatti la mancanza di disponibilità di posti nei CIE.

Ed è questa circostanza che porta all’ordine di lasciare il territorio, intimato dal Prefetto in applicazione dell’art. 14, comma 5-bis del Testo Unico, il quale recita come segue: “Allo scopo di porre fine al soggiorno illegale dello straniero e di adottare le misure necessarie per eseguire immediatamente il provvedimento di espulsione […] il questore ordina allo straniero di lasciare il territorio dello Stato entro il termine di 7 giorni”. La soluzione individuata dal legislatore italiano per gestire la cronica emergenza e’ l’ordine di lasciare il territorio entro sette giorni, cioe’ esattamente quanto accadeva prima della riforma

Chi riceve un decreto di espulsione ha quindi una settimana di tempo per lasciare il Paese, procurandosi quanto serve al rimpatrio. Un’impresa praticamente impossibile per uno straniero che, in quanto irregolare, non può lavorare.
In realtà sarebbe prevista nel Testo Unico la possibilità per il Prefetto di fornire allo straniero documenti e denaro ai fini del rimpatrio. Così come sarebbe prevista l’attuazione, da parte del Ministero dell’Interno, di
”programmi di rimpatrio assistito” che dovrebbero garantire allo straniero il ritorno in patria in condizioni
più umane e dignitose. REVOCARE UN’ESPULSIONE
La revoca dell’espulsione non è disciplinata né dal Testo Unico sull’immigrazione d.lgs. 286 del 1998 né nel
Regolamento di esecuzione D.P.R. 394 del 1999. L’espulsione del cittadino extracomunitario

L’espulsione del cittadino extracomunitario adottata dal Prefetto secondo i presupposti e le modalità di cui all’art. 13 del T.U. comma 2, comporta, a seguito delle recenti modifiche, il divieto di ingresso in Italia per un periodo non inferiore a tre anni e non superiore a cinque.

Contro il decreto di espulsione, è possibile unicamente il ricorso al Giudice di pace del luogo in cui ha sede l’Autorità che ha disposto l’espulsione, entro sessanta giorni dalla notifica del provvedimento.

L’istanza di revoca del decreto di espulsione. La fonte legislativa.

Nel caso però, di mutamento della condizione del cittadino extracomunitario e, qualora il provvedimento non sia stato adottato per motivi di ordine pubblico o di sicurezza nazionale, può essere richiesta la revoca del provvedimento di espulsione. Il fondamento legislativo di tale istanza si rintraccia nell’articolo
21quinquies della legge 241 del 1990.

L’art. 21quinquies della legge 241 del 1990 prevede che, per sopravvenuti motivi di pubblico interesse ovvero nel caso di mutamento della situazione di fatto o di nuova valutazione dell’interesse pubblico originario, il provvedimento amministrativo ad efficacia durevole (come nel caso del decreto di espulsione) può essere revocato da parte dell’organo che lo ha emanato ovvero da altro organo previsto dalla legge.

I presupposti

Nel caso quindi di situazioni di fatto che mutino sostanzialmente la condizione dello straniero (come ad esempio il matrimonio con cittadino italiano), si può chiedere la revoca del decreto di espulsione emesso dal Prefetto.

Devono essere situazioni che concretamente possano indurre l’Amministrazione a revocare il provvedimento.

La domanda

La domanda può essere inoltrata esclusivamente dall’interessato (oppure presentata anche a mezzo di un avvocato munito di apposita procura), destinatario del provvedimento di espulsione.

L’istanza, con marca da bollo da € 14,62 deve essere indirizzata al Prefetto del luogo ove l’espulsione è stata disposta e può essere consegnata a mano oppure inviata a mezzo posta.

Deve contenere le complete generalità del cittadino extracomunitario ed il luogo dove risiede (ricordiamo che lo straniero espulso deve lasciare l’Italia entro il termine indicato nel decreto di espulsione).

La domanda deve inoltre contenere i dati relativi al provvedimento di espulsione quali:

-il numero di protocollo,

-la data di emissione,

-eventuali alias dello straniero

- devono essere indicati i motivi per i quali l’espulsione dovrebbe essere revocata.

I motivi per chiedere la revoca devono essere validi e fondati, altrimenti la domanda sarà rigettata. All’istanza vanno allegati:

- qualora lo straniero sia ancora in possesso del permesso di soggiorno la fotocopia del permesso (o la richiesta del rinnovo), oppure, in caso di primo rilascio, la fotocopia delle pagine del passaporto con i dati anagrafici e il visto; la nota della Questura contenente i dati del/i decreto/i di espulsione; tutta la eventuale documentazione che si ritiene utile ai fini della revoca; la procura o mandato se l’istanza è presentata da un avvocato.

Il ricorso in caso di rigetto

Qualora l’istanza di revoca venga rigetta dal Prefetto, è possibile presentare ricorso.

Nella sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale della Lombardia n. 1711 del 24 giugno 2011 i Giudici amministrativi affermano, richiamando la decisione del Consiglio di Stato n. 2828 del 2009 e la sentenza del TAR Toscana n 831 del 2009, che le questioni attinenti il diniego di revoca del decreto di espulsione esulano dalla sfera di giurisdizione del giudice amministrativo, visto che l’art. 13 del D.Lgs. 286/1998 attribuisce al giudice di pace la cognizione delle controversie sulle espulsioni in via amministrativa (salve ipotesi particolari), e tale cognizione si estende anche ai casi di rigetto della domanda di revoca dell’espulsione, visto che tale domanda investe comunque le stesse condizioni inerenti la permanenza dello straniero sul territorio nazionale.

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